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Mi
guardai attorno stupito. Il luogo e quelle case mi erano familiari.
Eppure stentavo a riconoscerli, a ricordare!
Volti conosciuti ma dimenticati, sguardi fuggevoli e lontani parevano
ignorarmi.
Il tempo, breve quanto un respiro, non bastava a far luce nella mente
confusa.
Era quasi buio. Potevo scorgere a breve distanza le luci che ormai si
accendevano nelle abitazioni.
Mi mossi incerto, timoroso di svelare verità che volevo ignorare perché
già conosciute.
- Devo sapere - mi dicevo - Devo scoprire perchè ho la sensazione di
aver già visto questi luoghi..., perchè quel viso non lo dimentico e
perchè con riesco a ricordare a chi appartiene.
Non avevo idea di dove stessi andando, ma intuivo che la meta era in
quella direzione, diritto davanti a me.
I pochi passanti sembravano indifferenti alla mia presenza. Se avessi
chiesto a loro forse avrei saputo. Ma quale la domanda? Se avessi detto
di sapere solo il mio nome? Di ignorare quale fosse il luogo? Che le vie
le avevo già vedute e che ora mi pareva di andare dove non ero mai
stato? Avrebbero riso di me!
Non mi restava che proseguire verso la casa che si intravedeva appena,
immersa nell’oscurità. Lì avrei trovato il volto che era rimasto nei
ricordi ingarbugliati. Altro non ricordavo ed ignoravo il perchè.
Sostai a pochi metri dalla costruzione. Ne scrutai i particolari,
cercando di collocare l’immagine in una qualche memoria. Oltrepassando
il portale di ingresso avrei trovato i gradini, la porta, il lungo
corridoio, un vestibolo e una serie di ambienti.
Il portale era aperto. Salii lentamente per la piccola scala e mi trovai
nell’ampio corridoio. Tutto secondo quanto avevo previsto. O
semplicemente immaginato!?
Mi chiesi come avessi potuto rammentare tutta una serie di particolari
senza poterli collegare ad un momento qualsiasi della vita, pur sapendo
che in passato erano stati importanti per me... Di grande importanza.
Qualcosa mi suggerì che ero prossimo alla verità.
Il silenzio era totale. Neanche il tocco delle mie scarpe era
percepibile. Un silenzio che diventava caos, congerie di ricordi senza
spiegazione, senza relazione con il tempo e con lo spazio!
Il mio nome “Michele” e un volto pallidissimo di donna con due
grandi occhi scuri, sconosciuto, era tutto il bagaglio della mia
memoria.
Mi introdussi nella stanza. Due lettini, una sedia e un quadro al muro,
facevano da arredamento. E quel dipinto l’avevo già veduto; vi era
impressa l’immagine del mio volto. Mi riconobbi.
“ Per il tempo che resta. Michele Rinaldi.” Lessi nella dedica
ingiallita!
Michele Rinaldi..! Ecco dunque il mio cognome: Rinaldi! Ma la cognizione
si smarrì in una nuova sequenza di immagini confuse.
- Sono Michele Rinaldi. E con ciò? Cosa ho avuto a che fare con questi
luoghi? Io non ricordo di aver mai dipinto un quadro...di essere mai
stato in questo posto. Non ricordo!
Uscii dalla stanza per fuggire me stesso e la verità, che doveva essere
prossima quanto mai.
Il lento scandire di un pendolo mi riportò alla realtà. Ritornai alla
logica, per quel che poteva servire. Gli istanti scorrevano veloci e
ancora non avevo trovato nulla che si potesse collocare in un passato
del quale fossi cosciente.
Se almeno avessi rivisto quel volto!
Non potevo gareggiare con lo scorrere degli attimi, né continuare senza
passato!
Mi mossi nel corridoio. Una luce proveniva da un’altra stanza. La
porta socchiusa girò silenziosamente sui cardini lasciandomi passare.
La vidi, sdraiata sul letto, intenta a leggere un libro. Non si accorse
della mia presenza e me ne meravigliai. Era lei, quella di sempre,
compagna di un’epoca che non esisteva più; il volto che stavo
cercando, che aveva fatto palpitare il mio cuore! Giunsero sensazioni
che mi era proibito sentire e desideri che non potevo più provare.
Mi avvicinai fin quasi a sfiorarla, ma ignorò la mia presenza.
- Possibile che sia tanto assorta nella lettura?
- Ora mi vedrà. Dopo il primo stupore, sicuramente dirà:
- Michele!!! E’ da una vita che ti aspetto.
- Forse piangerà, commossa e felice!
Ma lo sguardo di lei rimaneva su parole scritte che non comprendevo. Le
passai una mano sui capelli, lentamente. Le palpebre le si mossero
appena. Fu scossa da un brivido. Vidi i suoi occhi dilatarsi nel
tentativo di guardare alla mia volta. Girò la testa di scatto
fissandomi sbalordita, presa da un fremito improvviso. Portò le mani
alle labbra soffocando la voce, così che il silenzio rimase immutato.
- Mah?! Non sei felice dì vedermi, Elia? - mi parve di dirle - Cosa
temi ? Non sai quanto ti ho cercata!
Era impaurita, lo sguardo allucinato ... sempre indietreggiando...
indietreggiando. Le tesi la mano per rassicurarla. Le sorrisi, ma la
riposta fu un grido che suonò
come un lamento ... sempre indietreggiando.
- Non è possibile ... - disse poi sotto voce - Non può essere vero...-
e in preda al parossismo corse via lasciandomi solo, a rivedere lembi
della mia vita che si perdevano in niente che fosse fatto di realtà. In
quel nulla c’era la spiegazione di tutto. Anche volendo, non
mi era concesso di restare.
Il tempo era scaduto!
La vidi che correva. La raggiunsi là dove terminava la strada. Era in
ginocchio, aggrappata ad una strana pietra. Su di essa, figurava la
piccola foto di lei e un’iscrizione tombale sbiadita.
Appena più in là, un’altra pietra con la stessa scritta, portava
inciso il mio none: “Michele Rinaldi”.
Rividi Elia, che correva lungo la sua strada.
Ed io fui di nuovo costretto ad andare per la mia!
“... E la morte...?
Amo la morte
che ogni cosa vaglia
dentro la man scheletrica,
che intesse,
come fa il dolore vero,
un velo cupo, disadorno
... nero!” |