PRESENZE


”…La vita è il sogno di un’ombra.”



di Michele Alemanno  

 

 

 

Mi guardai attorno stupito. Il luogo e quelle case mi erano familiari. Eppure stentavo a riconoscerli, a ricordare!
Volti conosciuti ma dimenticati, sguardi fuggevoli e lontani parevano ignorarmi.
Il tempo, breve quanto un respiro, non bastava a far luce nella mente confusa.
Era quasi buio. Potevo scorgere a breve distanza le luci che ormai si accendevano nelle abitazioni.
Mi mossi incerto, timoroso di svelare verità che volevo ignorare perché già conosciute.
- Devo sapere - mi dicevo - Devo scoprire perchè ho la sensazione di aver già visto questi luoghi..., perchè quel viso non lo dimentico e perchè con riesco a ricordare a chi appartiene.
Non avevo idea di dove stessi andando, ma intuivo che la meta era in quella direzione, diritto davanti a me.
I pochi passanti sembravano indifferenti alla mia presenza. Se avessi chiesto a loro forse avrei saputo. Ma quale la domanda? Se avessi detto di sapere solo il mio nome? Di ignorare quale fosse il luogo? Che le vie le avevo già vedute e che ora mi pareva di andare dove non ero mai stato? Avrebbero riso di me!
Non mi restava che proseguire verso la casa che si intravedeva appena, immersa nell’oscurità. Lì avrei trovato il volto che era rimasto nei ricordi ingarbugliati. Altro non ricordavo ed ignoravo il perchè. Sostai a pochi metri dalla costruzione. Ne scrutai i particolari, cercando di collocare l’immagine in una qualche memoria. Oltrepassando il portale di ingresso avrei trovato i gradini, la porta, il lungo corridoio, un vestibolo e una serie di ambienti.
Il portale era aperto. Salii lentamente per la piccola scala e mi trovai nell’ampio corridoio. Tutto secondo quanto avevo previsto. O semplicemente immaginato!?
Mi chiesi come avessi potuto rammentare tutta una serie di particolari senza poterli collegare ad un momento qualsiasi della vita, pur sapendo che in passato erano stati importanti per me... Di grande importanza. Qualcosa mi suggerì che ero prossimo alla verità.
Il silenzio era totale. Neanche il tocco delle mie scarpe era percepibile. Un silenzio che diventava caos, congerie di ricordi senza spiegazione, senza relazione con il tempo e con lo spazio!
Il mio nome “Michele” e un volto pallidissimo di donna con due grandi occhi scuri, sconosciuto, era tutto il bagaglio della mia memoria.
Mi introdussi nella stanza. Due lettini, una sedia e un quadro al muro, facevano da arredamento. E quel dipinto l’avevo già veduto; vi era impressa l’immagine del mio volto. Mi riconobbi.
“ Per il tempo che resta. Michele Rinaldi.” Lessi nella dedica ingiallita!
Michele Rinaldi..! Ecco dunque il mio cognome: Rinaldi! Ma la cognizione si smarrì in una nuova sequenza di immagini confuse.
- Sono Michele Rinaldi. E con ciò? Cosa ho avuto a che fare con questi luoghi? Io non ricordo di aver mai dipinto un quadro...di essere mai stato in questo posto. Non ricordo!
Uscii dalla stanza per fuggire me stesso e la verità, che doveva essere prossima quanto mai.
Il lento scandire di un pendolo mi riportò alla realtà. Ritornai alla logica, per quel che poteva servire. Gli istanti scorrevano veloci e ancora non avevo trovato nulla che si potesse collocare in un passato del quale fossi cosciente.
Se almeno avessi rivisto quel volto!
Non potevo gareggiare con lo scorrere degli attimi, né continuare senza passato!
Mi mossi nel corridoio. Una luce proveniva da un’altra stanza. La porta socchiusa girò silenziosamente sui cardini lasciandomi passare. La vidi, sdraiata sul letto, intenta a leggere un libro. Non si accorse della mia presenza e me ne meravigliai. Era lei, quella di sempre, compagna di un’epoca che non esisteva più; il volto che stavo cercando, che aveva fatto palpitare il mio cuore! Giunsero sensazioni che mi era proibito sentire e desideri che non potevo più provare.
Mi avvicinai fin quasi a sfiorarla, ma ignorò la mia presenza.
- Possibile che sia tanto assorta nella lettura?
- Ora mi vedrà. Dopo il primo stupore, sicuramente dirà:
- Michele!!! E’ da una vita che ti aspetto.
- Forse piangerà, commossa e felice!
Ma lo sguardo di lei rimaneva su parole scritte che non comprendevo. Le passai una mano sui capelli, lentamente. Le palpebre le si mossero appena. Fu scossa da un brivido. Vidi i suoi occhi dilatarsi nel tentativo di guardare alla mia volta. Girò la testa di scatto fissandomi sbalordita, presa da un fremito improvviso. Portò le mani alle labbra soffocando la voce, così che il silenzio rimase immutato.
- Mah?! Non sei felice dì vedermi, Elia? - mi parve di dirle - Cosa temi ? Non sai quanto ti ho cercata!
Era impaurita, lo sguardo allucinato ... sempre indietreggiando... indietreggiando. Le tesi la mano per rassicurarla. Le sorrisi, ma la riposta  fu un grido che suonò come un lamento ... sempre indietreggiando.
- Non è possibile ... - disse poi sotto voce - Non può essere vero...- e in preda al parossismo corse via lasciandomi solo, a rivedere lembi della mia vita che si perdevano in niente che fosse fatto di realtà. In quel nulla c’era la spiegazione di tutto. Anche volendo, non
mi era concesso di restare.
Il tempo era scaduto!
La vidi che correva. La raggiunsi là dove terminava la strada. Era in ginocchio, aggrappata ad una strana pietra. Su di essa, figurava la piccola foto di lei e un’iscrizione tombale sbiadita.
Appena più in là, un’altra pietra con la stessa scritta, portava inciso il mio none: “Michele Rinaldi”.
Rividi Elia, che correva lungo la sua strada.
Ed io fui di nuovo costretto ad andare per la mia!

“... E la morte...?
Amo la morte 
che ogni cosa vaglia 
dentro la man scheletrica, 
che intesse, 
come fa il dolore vero, 
un velo cupo, disadorno 
... nero!”