ELENA BARBATO
(Cosenza)

Procuratrice dei Micenei
 


Docente di italiano e storia, vive ed opera a Cosenza.
Ha pubblicato diversi volumi di poesie, narrativa e saggi.
Collabora con riviste e giornali.
E’ sempre inserita e presente nelle Antologie “Pagine” Roma e nelle Antologie edite da Libro Italiano Ragusa, International Publishing House.
E’ pluriaccademica. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti.
E' Membro di Giuria al Premio Internazionale permanente di Lettere ed Arti "Oggifuturo".

Elena Barbato riceve le credenziali di 
"Procuratrice dei Micenei" dal presidente dell'Accademia 
Michele Alemanno
(Plaza Hotel - Villa S. Giovanni Reggio Calabria)

Elena Barbato e il noto criminologo Francesco Bruno

"Nella poesia di Elena Barbato anche i silenzi acquistano significato perché sanno racchiudere ricordi che diventano attese di cose mai giunte, come una sorta di staticità sognante che esclude l’oggi e anche il domani.
E’ l’immaginario lirico di un amore che ha il senso del dopo, di un dopo che non c’è mai stato, ma che nell’ ispirazione poetica diventa l’ultima, fulgida follia.
Così, il passato, narrato come può farlo solo chi lo ha veramente vissuto, può descrivere un istante che ha il valore di una vita, ma anche una vita che ha il sapore del nulla.
E’ la  sua storia, che irrompe senza preavviso, invadente e romantica.
La poetessa ricorda e non vorrebbe; ama e non vorrebbe. I suoi versi sono il tic tac di un orologio che non segna il tempo; è solo il senso dell’eternità, che rimane non come pretesa di luce, ma solo come desiderio di un tenue eppure appagante chiarore.
Bagliori esplodono quando alla mente si affacciano i passi della vita ed è amore che si aggrappa ad appigli interiori che sostengono il lungo e romantico percorso.
Senza più soste e senza sorrisi, il sapore dell’autunno dischiude ricordi come conchiglie lontane dal mare e lacrime che non bagnano ed è sempre amore che valica il tempo, ultima semina di ciò che sarà!"
                                                                                               Michele Alemanno
                                                                      Presidente Accademia dei Micenei

 

Alba di nuovi giorni sempre sognati mai vissuti; sabbia dorata che scivola tra le mani; tramonti d'agosto con cirri di porpora: canto d'amore che s' innalza nel cielo luminoso e vi­vido ma che lascia intravedere, lontani, nembi oscuri e minacciosi; tenere foglie d'erba che il vento accarezza e il sole ravviva; sinfonia di colore che ora si stemperano ora si accendono. Queste le sensazioni che si avvertono, queste le immagini che decise, si impongono, quando si leggono i versi di Elena Barbato.
Senso di vuoto e di vertigine, ansia ed aspirazione verso l'alto, itinerario dell'anima che aspira a regioni incontaminate poste al là dello spazio, in plaghe piene di sole ove il tempo sbiadisce.
È la storia di un'anima costretta a percorrere i duri sentieri della vita, lastricati da difficoltà e sofferenze indicibili, sentieri più neri del basalto.
Elena avverte ad ogni istante il senso della morte in molti suoi versi la contempla ma non si lascia vincere dall'angoscia profonda che essa provoca. La pallida mors è sempre al suo fianco.

Non la intimorisce!
La Barbato è sempre pronta a guardare più in alto ad attraversare sentieri che, vivi nella sua memoria, le fanno ripercorrere antichi segmenti di vita, mai rimossi dal tempo.

Sono frammenti di un'esistenza ora addolcita dall'illusione ora croci­fissa dal male di vivere che attanaglia e soffoca.
In ogni lirica si sente il palpito di un essere inquieto: se ne indovina l'ansia, vi si rivela il tormento.

C'è in ogni verso, grande intensità, lirica, c'è lo slancio di un cuore pronto ad aprirsi agli altri, desideroso di donarsi.
È il cuore di una donna pronta a dare e a ricevere amore.

                                                                            Antonio Mungo
                  (Dalla presentazione del libro “Messaggi dell’anima”)

 

 Il verso della poetessa Elena Barbato sgorga irruente dal doloroso riconoscimento della creatura solitaria di fronte alla mostruosa macchina cosmica - in cui possono rispec­chiarsi lo sconforto e la vertigine di una generazione delu­sa al suo sorgere -, al reperimento delle occasioni, dei bar­lumi perduti - dove può a sua volta riverberarsi un estremo bisogno di autenticità e di assolutezza in opposizione a un clima di falsificazione ufficiale e di corruzione dei valori -, fino alle visioni supreme, alle ricognizioni e alle riassunzio­ni del riecheggiare di Gemiti, in cui una intimità, dal fondo del suo proprio segreto, prende coscienza dei punti di crisi d'un'epoca travagliata.
Il microcosmo della Nostra, intriso del mal di vivere e se­gregato in una realtà pietrosa immobile in sfacelo, e la ne­gatività del quotidiano si incrinano così, ad ogni passo, per esprimere simboli, favole naturali, e trovano in tal modo, dialetticamente, la loro sfuggevole consolazione.
L'aura lunare, effluvio che si irradia come olezzo catartico d'ogni umana vicissitudine e si staglia su un orizzonte or­mai crepuscolare, si inebria di memorie e primigenie pul­sioni emozionali, contrastati da fantasmi - segnali, indizi - alimentanti una annaspante ansia di fuga - che è in pari tempo, sotto l'aspetto formale, aspirazione alla pienezza della reintegrazione poetica, all'ideale canto assoluto.
La dicotomia morte-vita, diatribico leitmotiv di Raggi di luna, è lenito nella sua asprezza da un sollievo nostalgico, sino a delinearsi in qualche accenno di consolante formazione mitica.
Poi, più spesso, una sensazione che improvvisa riscuote, confermandola, la vita stagnante. Il guizzo della rimembranza è anfratto in cui perdersi per fuggire un presente in­quieto e incontrollabile, un leggiadro anelito che spira audacemente su illusioni e delusioni sprofondandole in un incantato nirvana, ora ristoro ora speranza: l'infanzia, l'adolescenza, la Sua Terra, i Suoi affetti, l'amore dell'amore stemperano, mitigando, l'inquietudine modulandosi in armonia attraverso l'autorità del verso, rafforzando i simboli in emblemi, e liberano il dettato dai compiacimenti di una soggettività troppo particolare.
È una poesia - e una poetica - che nascono da non so che negazione estrema, che è estrema decisione con un gesto sicuro, e che riempie di significato metafisico i particolari più semplici e consueti in una inerzia crepitante di tempo desolato. Da una parte l'utilizzazione a pieno del naturalismo poetico, in quel suo definire, colorire, particolareggiare il paesaggio, reso così tanto più icastico e concreto quanto più esemplare e simbolico; dall'altra la tendenza assidua a risolvere gli elementi della descrittività statica nella linea trascorrente, temporale del canto: e di qui la sua perspicuità musicale, nel suo polo duplice di divagazione discorsiva, dalle ampie riprese e volute, e di contrazione melodica, coi suoi ritmi marcati e violenti, irti di solenni pause. Il florilegio di liriche, alcune delle quali già insignite di onorificenze accademiche, non poteva permettermi di declinare l'invito rivoltomi dalla Poetessa di presentarlo, dati la statura umana e artistica dell'opera e l'eterno debito di riconoscenza contratto nei confronti della Maestra negli anni della mia formazione.
                                                                                                          Luigi Bruno
                                              (Dalla presentazione del libro “Raggi di… luna”)

  

Forse vorrei…. Perdonare

Ma il sonno perduto in quelle notti di cupo dolore
dovrò riaverlo nel silenzio dei campi
Olezzanti di  fiori recisi, illuminati dalle
Luci  dei  ceri.
Vorrei perdonarti anche il lancinante dolore
Che mi ha gettato nel mare di lacrime versate
Quando di me non avevi  alcuna pietà
Per avere  incendiato tutti i ramoscelli della mia fresca,
verde  Primavera.
Vorrei perdonarti certi sogni giovanili infranti nel nulla
lasciandomi senza presente né futuro,
ma come farò a rivivere le illusioni perdute ?
Vorrei dimenticare tutto di me per pensare
che di Te ho conosciuto un solo sorriso ed
Un’ infinità di  folli bugie  da irretirmi nel
Tuo gioco d’azzardo e svendermi.
Vorrei   essere convinta di non lasciare il mio tempo
ancora incredula di avermi umiliata, beffata , usata…
Se  non fossi convinta che finirò i miei giorni
senza lasciare  il peso delle tue allucinanti vergogne,
ti perdonerei...

 

POESIA

Quando il cuore resta al macero
In un mastello di fuso dolore
Rifuso ad abundantiam
Per demolizione dell' Io
Sgomento dall'abbandono graduale
Di chi ti circonda... e le
Difficoltà ti stressano
Fino al di stress
Fino a sentirti pietra inerte levigata
in  un  oceano burrascoso di tormenti...
Sorge il  desiderio irrefrenabile
Di gridare l'inquietudine e l'angoscia cosi amare
Fino a mozzarti il respiro, devo scrivere.
Allora rinascono timidamente ad una ad una
le speranze nell'animo ,come viole nascoste assieme
alle parole,che pronte a fuoriuscire dal
Profondo si trasformano  in note di suoni
melodiosi:E' POESIA!
Allora da ogni fibra vibrano note d'amore e
da ogni cellula come fosse corda di violino è
rinascita alla vita,mentre dagli anfratti di un
cuore dolente si raccontano nel sogno le più dolci
parole d'amore forse...mai dette.

Natale di ricordi 

In via sabotino intorno alla casa paterna
tra i bassi bui nei cortili chiusi
Di  silenzio attempati e da lavoro
Tra le finestre con lanterne scuri

L’oriente per noi, era là tra i giardini, le siepi
I prati, i parchi,
Remoti  nel fondo dei pensieri, mentre
Pastori agnelli e re magi convenivano
Da  sconosciuti  sentieri con le
Ciaramelle e canti accordati
Da   documenti  conservati dagli
Avi di   tanti  antichi casolari
Dal principio dei secoli   giammai conosciuti
La   Notte  Santa  di Natale, il solo ed
Unico mistero di tutti i giorni di tutta la
Storia umana che fiore che schiude in pieno inverno
L’anima di noi fanciulli cantava con toni arcani.

Cosi del Signore del Vecchio e Nuovo testamento
La gloria diventava gioia del tempo di sempre,
Universale, quasi un sentimento che solo al riviverlo…
Effondeva, un’armonia di festività natalizia
Per l’eternità che è quello che fa formulare
Commossi  auguri di buon Natale!

COMPAGNI...

Penna mi cali fra le dita
Quando pensieri, parole
Mi riportano nel cuore
Certe sofferenze
E vivo mille preoccupazioni

Allora compongo e firmo...
Libro ti compro come
I bimbi il cioccolato,
Ti sottolineo, ti copio
E mi soffermo
Non solo a riflettere

Su quello che gli altri hanno scritto.
E da me scaturiscono
Mille elucubrazioni...

Mi sei necessario
Come il giorno alla vita
E tu carta sei dappertutto
Scritta e non:
Non mi puoi mancare.

Poesia... ti compongo
Quando posseggo i compagni...
E sei magia... perché
Mi riporti l'amore di ieri

Ed i sogni di domani.
Mi accorgo che una penna e

Un po' di carta i mille pensieri
Che erano nel mio buio
Quello di ieri e della sera
Ritornano con le ombre del passato:
Costruisco una storia vera
Pure se già del passato...

 

TRAGICHE ILLUSIONI

Ritorni sogno
Con l'illusione

Che in me
Costruisce dal nulla
Visioni di cielo
Senza nome
Senza volto
Senza voce

Senza suoni...
Finisco in un gioco d'azzardo
Mi perdo nelle bische
M'annego nelle acque putride
Nel gioco perdo l'anima
Mi ricostruisco di gesso.

 

ULTIMO GIORNO DI UNA CALDA ESTATE

Ultimo giorno di calda
Cocente, luminosa

Estate.
Cascate d'acqua di sorgive montane

Aprono i moti del cuore,
È poesia

Ritmata da palpiti e fibrillazioni.
Inequivocabilmente è Amore
Che penetra da ladro
Negli anfratti

Più oscuri
Sepolti dal buio delle notti
Polari, incustodite.
La penna è

Difesa immediata
S'infila veloce
Fra le dita scarne
Fredde così
L'animo non dispera

Ride di questa fulgida
Solo estiva Follia...