EDITORIA

Collana
“Terzo Millennio”
I Micenei - Poeti e Scrittori del nostro tempo

 

 


UN GIORNO
ANCH'IO...

Marcella Mazzoncini
Procuratore dei Micenei
(Pistoia)

...Nulla ha significato senza la presenza divina.
La preghiera magnifica la vita e la natura ed i sogni diventano realtà da vivere, fonte da cui trarre sublimi indicazioni che si rifanno alla fatuità umana, ma anche all’eternità di ciò che trascende la materia. Davanti alle promesse divine, anche il dolore può essere amato come incontro meraviglioso con Dio.
Mazzoncini indaga nel passato così che i ricordi, presenti come traccia di ciò che è accaduto, sono motivo di prosecuzioni liriche su ciò che sarebbe stato se non fosse come è stato, per provare altre sensazioni e diverse esperienze emotive, per attendere impossibili ritorni.
Una poetica che, istante per istante, diventa mistica nella delicata spiritualità di chi veramente crede.
“Venite a Me — dicesti — e a Te, verrò Signore, come l’onda del mare, che va verso la riva....”

N.H.P.S Cav. Michele Alemanno        
Presidente e Rettore Accademia dei Micenei 


 Marcella Mazzoncini 

Marcella Mazzoncini è nata a Pistoia, dove vive e opera. Ha partecipato a numerosi concorsi letterari.
Fra i tanti premi internazionali conseguiti ricordiamo: “ Costa Azzurra”, “Cultura Europea”, “Oscar d’Europa”, “Montecarlo”. Inoltre Premio Speciale per la Carriera Letteraria “Verso l’Infinito”; Premio Speciale per la Ricerca “Esploratori dell’Universo”,  Medaglia d’Oro su Targa della Presidenza dell’Accademia dei Micenei per la serie “I racconti dell’Io”  della Rivista Internazionale “Oggifuturo”; Premio Speciale “Porta dei Leoni” 1998 per il Libro Edito “Come vorrei....” e Premio Speciale per la Cultura “Porta dei Leoni” 1998.
Suoi testi figurano in riviste, antologie anche a carattere scolastico e con traduzioni in diverse lingue. Sue poesie sono state selezionate e incluse nei Quaderni del Calamaio. Nel 1998 ha conseguito il Titolo di “Autore dell’Anno”, e nel 1999 il Diploma del “Gran Premio d’Autore”, assegnatole dalla Commissione di Lettura Internazionale della Commissione di Lettura Internazionale della Edizioni Universum di Trento. Dalla stessa ha ottenuto, nel Duemila, il Premio Internazionale “Una poesia per la vita”.

 

   
 Teneri ricordi

Treccine bionde, occhioni spalancati,
azzurri come il ciel, quando è sereno,
graziosa bocca, naso piccolino,
volto all’insù,
cinque anni o poco più:
non potevo scordarmi la bambina.

Tutte le sere,
quando il sole calava dietro ai monti,
tingendo il cielo di color rossastri,
io, dalla mia finestra,
d’una casetta in cima alla collina,
dove cercai riposo,
nell’agosto assolato,
la vedevo passare,
insieme a un uomo con la testa bianca,
certamente suo nonno,
sempre e solo con lui....
Mai con il babbo, mai con la sua mamma:
forse non c’eran più!

Non volli mai indagare su di loro...
Mi piaceva il mistero che avvolgeva
quell’angioletto biondo. Il mio pensiero,
dopo tanti anni torna ancora a lei,
che orma, fattasi donna,
non so più dove sia...

Ma io fermai,
quella sua dolce infanzia sulla tela
ed il quadretto,
io l’ho riposto fra i più bei ricordi
della mia giovinezza.

Oh, come il tempo passa!
Ma la memoria per le cose belle,
ferma rimane e un poco ci consola!

__________

 L’insegnante di musica

Era bella Suor Lea, quand’era al piano....
Ora quel suo profilo di Madonna,
appartiene a un ricordo ormai lontano.

Ammiravo con tanta bramosia,
l’abilità di quelle bianche mani
e m’incantavo a quella melodia,

che donava all’Eterno.... “Oh! Fossi anch’io,
sì brava come lei” — dicevo allora —
“da donar tanta musica al Buon Dio!”

E suonavo, suonavo e le mie dita
dolevan nella smania di sapere
trarre, dai tasti, musica gradita.

Or mi domando, se, con la sua morte,
finita è la sua musica o se Dio
ha messo  lei davanti un pianoforte

là in Paradiso.... e tu, piccola Suora,
che forse suoni e canti insieme agli Angeli,
prega per me, ché ti ricordo ancora.

__________

 Dedicata alla mamma di un sacerdote

Felice te, che al mondo
hai donato quel figlio Sacerdote!
Ora lo ammiri,
nella radiosa luce dell’Altare,
compiere un rito,
che non è dato far neppure agli Angeli!

Quelle Sue sante mani,
che si son fatte grandi fra le tue,
offrono il dono più prezioso al mondo!
Madre di Sacerdote,
quanta benedizione,
su te discende!
La vita che tu  hai dato
a quel tuo Santo figlio,
Lui te la rende per  l’eternità,
donandoti Gesù!

Quale immenso mistero
avvolge l’uomo!
Lassù nel cielo,
dove l’occhio si perde,
si avverte una promessa d’infinito:
dolce preludio,
a un eterno, magnifico destino!

 __________

 Sogni infranti

Lo incontrai, una mattina, a primavera,
sulle rive del Lago Trasimeno...
Il vento scompigliava
quei suoi capelli biondi,
mentre con gli occhi,
seguiva il volteggiar di un aquilone,
tenuto da un bambino.

Anch’io ammirai
quel giocattolo bello,
che tendeva a salir sempre più in alto,
nell’azzurro del cielo.

Forse il destino
volle che i nostri sguardi s’incontrassero
e fu subito amore.

Seguirono incantevoli
ore, là, sotto il sole,
a piedi nudi sulla calda sabbia,
correndo, per la mano,
o fermi, alle prime acque,
per osservare il volo dei biancacci.

Talvolta mi chiudea tra le sue braccia,
quasi a temer che il vento,
mi staccasse da lui...

Ma non fu il vento
a strappar quegli abbracci...
Invidiosa, la morte,
di quell’amore splendido e pulito,
pose fine ai miei sogni,
ma non rubò il ricordo
poiché ancor oggi, limpido, rimane.

 __________

 Treno non correre

Ho sempre avuto fretta di arrivare,
ma questa volta no... Treno, non correre...
Lui non mi aspetta più...
Non può saper che arrivo,
né mi vedrà mai più, perch’egli è morto!

Treno, non correre...
Finché giunta non sono,
potrò vederlo ancor nella mia mente,
con quel sorriso e quelle braccia aperte,
per accogliere me...
Quel mio caro fratello...
Ho negli orecchi ancora la sua voce,
che mi diceva: “Torna! Torna presto/”

Là fuor del finestrino
tutto appare e scompar velocemente...
Roma, la bella,
presto mi accoglierà, ma non col sole,
ch’ero sempre arrivata a mezzogiorno...
No, questa volta, per la prima volta,
arriverò di notte...

Treno , non correre,
anche se troppo buio mi fa paura!
Presso di me, qualcuno mi ha sorriso
e anch’io ho sorriso a quello sconosciuto...
Come ho potuto
sorridere, non so....

 __________

 È mezzogiorno

È mezzogiorno... Vuote son le sedie,
intorno al desco... Eppur, nella memoria,
i cari volti ancora vedo.... Tendo
l’orecchio e l’eco delle amate voci,
mi par di udire e il suon delle scodelle
dalla cucina e il lieve canticchiare
di mia madre che tanto mi allietava.
In un angolo siedo e volgo intorno
lo sguardo e mi sorprendo ad aspettare
fantasiosi ritorni.

Soleva, la mia mamma,
prima dei pasti,
invitar tutti al segno della Croce
e a una breve preghiera,
che ognuno ripeteva, insieme a lei,
sia il giorno che la sera.
Magnifico quadretto,
che il tempo non cancella agli occhi miei.

Eppur, sento che ancora,
ella dal ciel mi spinge,
a ripeter quei gesti e le parole,
che piacciono al Buon Dio.
E allor, con debol voce,
ch’io sento un po’ tremar per l’emozione,
prima del frugal pasto,
recito, tutta sola, l’orazione.

 __________

 Impossibile dimenticare

Tornai sul lago, dopo la sciagura,
e a me non parve giusto,
di ritrovare tutto come allora...
Eppur sapevo,
che la natura non si veste a lutto,
se un uomo muore!

Era turchino il lago
come sempre e d’un bel celeste il cielo
tutta d’oro la sabbia e strani uccelli,
detti biancacci pel candor dell’ali,
sfioravan l’acqua coi lor bassi voli,
per carpire la preda...
Sì, tutto uguale, ... Solo lui non c’era...

Ma il ricordo,
dalla morte non vinto,
a me lo rese,
in piedi, là, sulla dorata sabbia,
con quel leggero vento nei capelli
e il sorriso di allora....

Io, simulando,
un incontro felice,
ad occhi chiusi,
avanzai piano sulla calda sabbia,
fantasticando.

Ecco — pensai —
ancora un poco e poi,
giungendo all’improvviso,
mi cingerà con le sue forti braccia
e giocherà con la mia treccia bruna....

Intanto,
non lontano da me facean ritorno,
vociando i pescatori.
Le rozze barche,
fatte pesanti per cospicua pesca,
trasser dall’acqua... e ruppero l’incanto.

Finì il mio sogno
e allor scoppiai in un dirotto pianto.

 __________

 Malinconico autunno

Cominciano a cader le prime foglie
e l’aria presto imbruna
ad annunziar l’autunno....

Malinconico, dolce, triste, autunno!
Il verde che ammiravo,
alitato dal vento,
in quella calda luce dell’estate,
or lo calpesto...
A terra giace,
la folta chioma delle piante amiche...

Ma là, nel Cimitero,
dritto sta, sempre verde,
l’alto cipresso a vegliar sulle tombe...
Triste sarebbe,
se chi va là, nel grande Cimitero,
avesse delle foglie,
la stessa sorte!
Oh, No! La morte,
li pone in terra ma li accoglie in cielo!

__________

 Lasciarsi rapire da Dio

Era una mattinata tanto bella!
Il sole
non risparmiava
nessuno dei suoi raggi e, generoso,
diffondeva all’intorno,
quella sua calda luce...
Parea tentare,
di penetrar perfino dentro ai vicoli,
dove antichi palazzi,
gettano l’ombra fredda sulla strada.

Ovunque gente e ancora gente e poi,
tanto rumore,
rumor di voci, di motor, di passi...
Eppure, in quell’immenso movimento,
io mi sentivo sola,
come se camminassi,
in una strada vuota...
Sola, col mio tormento.

Nei miei occhi eran scene di terrore,
scene di morte per ingiuste guerre
e negli orecchi
le grida e i pianti per i tanti lutti....  

Come scacciare, dalla mente mia,
tanti tristi pensieri?
Potevo forse
trovar la pace in quel fervor di vita,
se la mia mente,
correva là, dove la morte regna?
Eppur pace invocava
l’anima mia....
E fu che allora,
il cuor mi spinse,
da chi la pace veramente dona
e d’una Chiesa,
varcai la soglia...
Mi accolse una penombra riposante
ed un silenzio che una tregua impose,
al turbinar dei miei pensieri tristi.....
Tutto dimenticai
e mi sentii,
come fossi cullata,
da un mare calmo, placido, sereno:
m’ero lasciata
rapir da Dio....

__________

 Volti di carta

Nell’ora in cui si accendono le stelle
e ogni intera famiglia si raduna,
parla e decide, prima del riposo,
guardo i volti di carta,
della famiglia mia.
Li guardo e penso,
a ciò che forse ci saremmo detti...

Solo volti di carta!
Altro non resta,
di quei che ho tanto amato,
ma lo spirito è qui,
di ciascuno... Impalpabili presenze,
avverto nel silenzio e freno il pianto,
ad evitar l’angoscia,
del cuore della mamma che mi vede.

Oh! La bontà di Dio che mi permette
saperli uniti,
nella felicità che sulla terra,
consentita, non è!
Così pensando,
il mio dolore non è più dolore,
ma speranza gioiosa,
d’un futuro infinito oltre le stelle!
Perché la guerra?

Aveva ancor l’età del girotondo,
dei giochi e delle favole,
quando l’infame guerra,
straziò quel corpicino di bambina.

Io la ricordo,
su quel lettino bianco, all’ospedale,
due occhi troppo grandi pel suo viso,
un viso triste,
che non sapeva più cos’è un sorriso.  

Ho ancora negli orecchi i suoi lamenti,
in quelle notti,
che sono troppo lunghe per chi soffre...
Poi la tragedia....

Come un piccolo fiore ancora in boccio,
che la bufera piega sullo stelo,
prima ancor che dischiuda la corolla,
così la bimba
piegò il capino bruno sul guanciale,
mentre la morte,
chiuse con man pietosa, i suoi begli occhi,
ponendo fine a quei lunghi tormenti.

C’era un sorriso sulla bocca sua,
che in vita non aveva....
Forse, morendo,
aveva visto un gran volare d’angeli
o della mamma il viso,
che poco prima,
l’aveva preceduta in Paradiso.

__________

 Tragedia sul lago

C’ero anch’io, quella notte, ad aspettare,
sulla riva del lago. Un vento gelido,
schiaffeggiava, impietoso, i nostri volti
 e tentava strappar le nostre vesti.

C’era un fruscio di canne e qualche grido
d’uccello, disturbato,
da quella nostra, insolita, presenza.

Nero era il lago e il cielo senza stelle
e senza luna. Accesero le torce,
per frugare nel buio. Ancora niente.

Ognun pregava con parole sue...
Qualche bimbo piangeva,
al collo della mamma,
pel freddo e il sonno.

Mai dimenticherò quell’ore d’ansia
e di trepida attesa...
A un tratto un grido,
s’alzo dal gruppo. Qualche massa scura,
si scorgeva lontano:
qualcosa che lottava,
con la furia del vento.

Oh! Le tre barche,
che si urtavan fra loro...
Prima di fianco, dopo capovolte
e poi, di nuovo, riemergean dall’acqua...
Sono sole! Gridarono all’unisono,
tutti i presenti. Nessun segno, c’era,
dei pescatori...

Dopo tre giorni,
il lago rese gli straziati corpi
e grida e pianti delle mogli e mamme,
conservo ancor dentro di me. Eran nove,
giovani e belli. Avean volti abbronzati,
per lo star troppo al sole. Io li vedevo
spesso, tornare, quando, sulla sera,
anch’io, aspettavo, chi non più ritorna.

__________

 Occhi di giada

Amara solitudine, stasera,
hai vinto ed impietosa mi trascini,
verso un immenso oceano di tristezza.
Tutti i pensieri che vorrei scacciare,
si presentano insieme.

Nessun rumor di vita è nella stanza
e il silenzio mi opprime,
con tutti quei ricordi non voluti.
Oh! Non c’è scampo!

Ma ecco a un tratto,
il nobile felino della casa,
l’amico gatto, balza di fronte  a me, sul tavolino
e sembra interrogarmi,
coi grandi occhi di giada.

Come d’incanto,
svanisce la mia angoscia e mi sorprendo
a sorrider di nuovo.

Grata, accarezzo,
il bel mantello liscio come seta...
Allora una zampetta di velluto,
sfiora la mano mia
e la sua testa sfiora la mia testa,
come per dire: “Qua ci sono anch’io!”

Ora capisco,
perché anche i gatti, li ha creati, Iddio!”

__________

 Tutto il resto è niente

Vorrei tornar, della mia infanzia, agli anni
e risentire il suon di tante voci,
echeggiar nella casa. Udire ancora,
l’uno che chiama e l’altro che risponde
e quegli inviti della mamma mia,
a tornar presto a casa... Or tutto tace...

Anche le cose sembrano aspettare,
d’essere usate da chi ormai non c’è...
Oh! S’è fermato il mondo a casa mia!
Io non so più se ho un nome,
dal giorno che nessun mi chiama più!

Dietro la casa,
quel gran giardino è ancora lì, ma a sera,
quando giunge l’estate,
non ci son più le lucciole,
ad accendere il loro lumicino...

Io le ammiravo,
insieme alla sorella,
entrambe divertite,
senza curarci del passar dell’ore,
finché la voce della mamma: “A letto! 
— gridava — È troppo tardi! A letto! A letto!

Tutto passa e finisce, ma i ricordi
bruciano dentro...
Sempre più care,
son le cose rimaste intorno a me
e non vorrei lasciarle più. Morendo,
io le vorrei con me, nell’altra vita!

Ma so che allor non serviranno più...
C’è Dio che è tutto...
E se Dio è tutto, tutto il resto è niente!

__________

 Il ciel ci attende

Nei campi son fioriti i fiordalisi
ed anche i rosolacci
— dissero i bimbi ad una voce sola —
“È contenta, maestra,
se ne portiamo dei bei mazzi a scuola?”

“Certo” — risposi — ne sarò ben lieta”!
E all’indomani la stanzetta grigia,
fu un trionfo di rosso e di turchino,
per la mia gioia
e quella di ogni piccolo bambino.

Deliziosa scuoletta di campagna,
che di prezioso aveva solo il cuore
di tanti scolaretti!
Nell’immediato e triste dopoguerra,
tutto mancava, eppure,
non avevam bisogno di sussidi
o strumenti preziosi,
che la scuola possiede, al mondo d’oggi....

Oh! quanto materiale, la natura,
a noi forniva!
C’era il cielo al di là della finestra,
per parlare di Dio
e il campanile della Chiesa accanto,
che suonava, ora triste, per un morto,
or giulivo, se c’erano gli sposi!
Tutto mi suggeriva,
una lezion di vita...
Nel mio parlare, poi, mettevo il fuoco
dell’entusiasmo ed incendiavo gli animi!

E poi c’eran le nostre passeggiate,
sulle rive del Lago Trasimeno
e quei diversi azzurri
dell’acqua e il cielo ci rapian gli sguardi!
Nella memoria,
tutto ritorna e rende meno triste,
l’età che avanza...
E mille voci tornan nel silenzio
e mille mani ancora mi salutano,
per un addio che è solo provvisorio,
ché il ciel ci attende, pieno di promesse.  

__________

 Io e Dio

Dio mio,
mi è quasi impossibile credere,
che quando prego tutta sola,
nella mia camera,
siamo Tu ed io:
celeste connubio,
di due che si amano!
TU, immensamente grande;
io, piccolissima creatura!
MA che cos’è la solitudine,
se TU sei con me?

Come gigantesca onda
che mi sommerge e trascina
lontano da una riva,
fatta di incomprensioni e paure
e mi conduce
ad incantevoli lidi,
così Ti manifesti...

Nell’intimo, nostro, colloquio,
serenità e speranza,
sono le Tue risposte!

__________

 Beltrando e il somaro

Beltrando era un vecchietto,
che raccoglieva stracci ed altre cose,
che trasportava poi, col suo carretto,
tirato da un somaro.

Uomo e somaro insieme,
formavano un quadretto delizioso,
ma, ahimé! Sempre più stanchi,
apparivano entrambi,
che d’anni n’avean tanti, tutti e due!

Quando i bambini uscivan dalla scuola,
facevan lor gran festa!
Non c’era uno scolaro,
che non avesse scritto, sul quaderno,
un pensiero sul vecchio e sul somaro.

Beltrando conosceva gli stornelli
del tempo antico e quando si fermava,
nell’aia dei contadini,
incitati da loro li cantava,
con una voce roca,
ma abbastanza intonata.

Il somaro scotea le lunghe orecchie,
disapprovando,
ma la gente rideva divertita....
E le donne venian col fiasco in mano
di vino buono e un pezzo di formaggio,
unito al pane uscito allor dal forno...
Così, quasi ogni giorno,
da quanti anni,  non so.

Finché un mattino, giunse la notizia,
triste per tutti:
il buon vecchietto s’era addormentato
per sempre e insieme a lui,
il fido somarello.

Incredibile a dirsi!
Erano morti insieme!
Anche il tempo piangeva e al funerale,
c’era tutto il paese...
E il buon  Dio che dal cielo tutto vede,
sicuramente si sarà commosso
e il vecchio e il ciuco, con un bel sorriso
li avrà presi con sé, nel Paradiso!

__________

 Occhi fissi di bambola

Ho aperto quella scatola, stamani
per rivivere un po’ del mio passato,
quando giocavo a far la mamma, ignara,
di tutto ciò che poi sarebbe stato.

Me, ho rivisto, bambina, con in braccio,
quella bambola bella. Allor la vita,
mi sorrideva piena di promesse...
Troppo breve è l’infanzia! Ormai finita

per me è da troppo tempo. Aveo sognato,
delle bambole vere, dei bambini,
dei figli miei che mi dicesser: Mamma!
Guardandomi con occhi birichini....

Troppe bufere, nella vita mia,
han distrutto i miei sogni e un grande amore!

Gli occhi fissi, di bambola mi guardano,
ma la bambola bella non ha un cuore!

__________

 Sete d’infinito

Son quasi certa, ormai, che questa casa
vedrà di me gli ultimi  giorni.... Ormai,
solo le stesse strade
percorrerò e non altre....

Sempre in salita è stato il viver mio
e or l’affanno mi vince...
Ma se il mio cuore è stanco
e più lento il mio passo,
il mio pensiero, no,
vuole volar lontano!

Non so che si questo desìo profondo,
di attraversare cieli, terre e mari,
questa gran voglia di abbracciare il mondo!
Far provar ciò che provo,
far piangere e sorridere con me,
tanta gente lontana e sconosciuta...
Parlare a tutti e a tutti raccontare,
ciò che mi scoppia dentro...

Pur rimanendo,
nelle mie quiete stanze,
persa nell’Universo,
io già mi sento....
La sete d’infinito
assai mi attrae e un po’ mi fa paura,
ma sta dentro di me e mi rende ansiosa,
di raggiunger Qualcosa,
che qui in terra non è!

__________

 Un giorno anch’io

Un giorno, anch’io, le tanto amate mura,
della mia casa lascerò per sempre....
Una stazione è questa terra, dove,
non esiste un orario di partenza....

Una volta partiti,
svelato ci sarò quel gran mistero,
che in certe lunghe notti ruba il sonno....

Io so solo una cosa:
che mentre il corpo  lotta con la morte,
l’anima è ansiosa,
di avvicinarsi a Dio,
come è vicino il fiore al suo profumo!  



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