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attraverso la notte
Intorpiditi vagano gli occhi
strani e agitati.
Ho capito il ritardo ma
troppa la sofferenza.
Che facevo? Pensavo a lei?
Un fruscio di lenzuola
e lenta s’addormenta.
In questa notte immota
rotolano i pensieri
in segrete stanze si perdono.
L’ansia trascina in un tenero
abbraccio le bianche cicatrici,
pallido l’occhio scruta nel buio
pipistrelli a cavalcioni della
falce lunare, sospesi in odore
di solitudine
o sorpresi a guardare buchi neri
mentre inghiottono uomini e bestie.
Sogniamo?
Le illusioni ci trapassano
e ci tagliano l’ossa
con sottili paure.
Nel buio scopriamo necessarie ferite
ma all’alba ci caricheremo le ali
e afferreremo il cielo a due mani.
utopia
Nella
notte antica
Parole nuove la mente pregusta
e nuove diafane luci
danzano senza peso.
Si rinnova la vita, schiumeggia
i polmoni si empiono d’aria
rinasce un selvaggio vigore.
Nell’erba presagio d’utopia.
lunare solitudine
Incrocio
ai semafori
occhi folli e misteriose voci.
Come è penoso sorridere
alla luce delle insegne
sfiorando appena i marciapiedi.
Che pena vagare agli incroci
fissando labbra incartapecorite
in patinati manifesti.
In uno sguardo banale
ritrovo perdute certezze
e nella nebbia di nuovo
infinito stupore.
In un vortice di solitudine
c’è ancora tempo per me?
Cerco a lungo sui ponti
e fra i sassi nei giardini
delle ombre gli ambigui sorrisi.
Nel vento riassaporo
ricordi sospesi nel tempo,
scivolano via trascinando con sé
le foglie morte del mio passato.
Intanto navigo in questa esistenza
barcamenandomi in bolle di futuro
e intessendo nuove trame.
Inaspettata ti scorgo e t’abbraccio,
luna, regina degli astri,
tu che sola conforti il mio silenzio
con complici sguardi e che tocchi
con il tuo sorriso
le corde dell’anima.
Tu sola m’insegni a sopportare
l’abbraccio dell’effimero.
trepidamente, intensamente
Spalanca
alla luce ancora la tua vita
fa parlare l’attimo, sorridi
e regalami il tuo silenzio di miele.
Appoggia le tue ali
sulla polvere del tempo
calpesta i secoli
sulle umide rotte
dei miei versi.
Ascolta i suoni della pianura
alla luce degli ultimi fuochi
e il respiro dell’esistenza
così intenso, così assorto.
Rivesti il tuo amore di follia
frammista a perle di saggezza.
Lascia piangere la tua anima
sulla memoria d’ombre passate.
Getta ponti verso la luna e le stelle
e lacci verso le navi del cielo
perché trasportino la tua voce
oltre il mare del finito.
il canto del mattino
Sangue
vermiglio sui vetri
sangue del mattino
mentre a poco a poco
si schiude
un bianco metallico.
I passeri di sole sono duri
si scottano sui rami
quando il mare brilla
e le violette si sfogliano
mentre il sole
aperto s’affaccia
col timore di sfolgorare.
quadri da un pomeriggio in cittÀ
Ad ogni
gialla lunazione
per ciclica oscillazione
è un trapassar di foglie,
nessuna, nell’incerta baldanza
abdica all’appuntamento col vento.
Gli eroi dell’autunno, i bonsai,
sofisticata saggezza di forme
si smarriscono su oscure credenze.
Quest’assonanza di dei sollevantini
si apre a nuove meditazioni.
Un limpido candore ovunque appare
nel vuoto della sera.
Gli specchi affilati bloccano
occhi, teste, mani, piedi
succhiano infantili inesistenze.
Scompaiono le piaghe e i turbamenti,
alle cinque, con la scatola telecatodica
la noia è padrona del buio.
Le luci glissano la piazza
le colonnine del mercurio
agonizzano e ovunque
è straripare di bambini
che s’incontrano, si perdono
ridono, piangono
in turbamenti infantili.
al tempo degli agnelli
Il sole
sopra i salici
agnelli occultano l’orizzonte
le nuvole in volo
mille selvatiche orde
cavalcano foriere di tempesta
e, ai loro piedi, bianca sposa
la luna e mantelli sulfurei
come riparo.
Antiche rotaie indirizzano
verso desertici diluvi.
In bianche e rosse valli
i lupi lascian cadere
parole di speranza.
Ovunque è un risonare
di selvaggi spiriti
d’agnelli e di destrieri
dai gialli occhi.
Ho visto Europa
pastorella correre fiera
rossovestita.
Fuggi, fuggi la religiosa tempesta
uomo-agnello.
iniziazione
Un inno
al tacito ospite
tu elevi
un inno di vita.
Un’ansia, un oscuro desiderio
come fiamma irrompe ed arde
t’afferra, ti sommuove
sperduto e incenerito
nel cerchio raggiante ardi
si ridesta la forza.
E poi picchi di nulla, di nulla.
Un vulcano gonfio di cenere
prigioniero di antiche pareti
e tu diventi farfalla, candela, serpente.
Un velo t’avvolge, ospite di luce
un argenteo calice s’innalza.
Per sempre rapito.
in memoria dei giorni dell’ira
La
selvatica terra sconvolta
rimugina stalattiti
in gelate ferite e fiele
nell’urlo folle di rabbia
in piazze ove seminarono
sangue e carne di poveri cristi
ferma fede ed energia dei vent’anni.
Venti stagioni ancora
per ritrovare il volto dei figli
che seppellimmo in strada
e dietro cancelli.
Ora rose scure in terra straniera
pennellano profumi
in giardini scarlatti.
Odi una voce, un lamento, assorto,
lontano?
Strani lampi sopra il valzer dei fiori
e capricci di fuoco e negli angoli
fanciulli composti in tristi pensieri.
È morto quel mondo, non giudicateci.
l’occasione sprecata
Rinunzia, inerzia alla luce
sopra il burrone e sul fondo
le occasioni.
Ma scorgo un raggio di sole
ormai irraggiungibile
e mi ritrovo
con un filo spezzato
d’anima in mano.
dal faro
Denso il
fumo
dai tetti piombati
sporcava la luna.
Dal grande occhio
d’avorio
improvviso un lampo
s’accese.
Il mare palpitò
scintillò la scogliera
un’intera città
allo sguardo s’offerse.
Ma presto l’oscurità
s’appropriò della spiaggia
e delle menti stremate.
L’orizzonte in deliquio
occupò i nostri sensi
e il vento
con battito d’ali e di vele
candidi fantasmi evocò fra le onde.
cittÀ - prigione
Ti
saluto città - prigione
Dal viso di vecchia baldracca
consunto dalle passioni.
Il tuo martello batte,
batte nella mia mente
e i miei denti mordono
il pane amaro dei tuoi mercati.
M’avvolge la tua plebe
uomini dal nome vano
voci dolenti e straniere
voci di carcerato.
Ora conosco il perché del pianto
e del colore nelle tue vie
e m’è rimasta quest’aria antica
come un esistere perennemente
al confine
dove tutto si perde.
Nulla di nuovo in questa valle
fra acque in cammino, lente
e parole senza fondo
dove la folla conversa
senza capirsi.
Nella tua stazione sonnambuli
scrutano dai vetri
vuoto è il loro cuore
inerte la loro fronte
gelati gli occhi.
Nelle tenebre gridano
cercano fiori e colori
ma ritrovano solo pianto.
effluvio d’estate
Venezia
e la luna sospirano.
Alla brezza estiva s’unisce
fragranza di gelsomini
nell’acqua tremula e piana
a gara si sfidan le stelle.
Un vagabondo con la chitarra
libero sfogo dà al proprio cuore.
Da sopra un balcone un vecchio ride,
la chitarra intanto corteggia la luna.
Cara, il tuo pallore fa ingelosire
la notte.
Cara, i tuoi occhi turbano
l’orizzonte;
così la magia che mi penetra.
Fra le calli un Arlecchino ride
e canta
i suoi neri occhi astuti
come falene danzano sotto
le stelle.
Triste e freddo
delle colonne il marmo
impregna di solitudine
il silenzio
ma nel giardino, tra i pini,
un dolce languore pervade
l’erba, lo canta l’usignolo.
Nelle piazzette ormai deserte
si percepiscono parole e bisbiglii,
forse d’innamorati.
E si propaga
di salsedine prodiga
un’auretta fresca e pungente
e fra le calli il sognatore
ricerca l’anima della laguna.
venus
Col viso
d’arciera
dei tuoi vent’anni
leggiadra bruci
la tua giovinezza
dal sole temprata.
Ti penso pura
creatura d’acqua
nella salsedine
ti distendi
le membra ritempri.
Di spalle il tuo profilo
sorride al domani.
T’alzi sopra i lucenti scogli,
il vento t’afferra
e fra perlacee nuvole
divina, ti bacia.
giardini
Le viole
nel tepore
serrate, come addormentate
sussultano al vento.
Dalla terra s’alza
plumbea una nuvola
e sotto mentite spoglie
mille occhi soffrono
di candidi bucaneve
d’addormentate dalie.
Alla pioggia sussulta
la bianca colomba
e su un ramo di fico
già tuba.
Sui gelsomini aurea ghirlanda
si spande.
In cielo s’offrono roseti
per chi li sa cogliere.
idillio
Il sole
s’impossessa del mare
come la rugiada del prato
e scioglie i suoi cavalli
come Scozzesi colombe,
s’impossessa del Duomo.
Nei viali s’occultano
i timidi mirti
e scrosciano le bronzee foglie
in alto volano misteriose
le creature dell’ombra.
Sulle panchine occhi innamorati
attendono.
Anch’io voglio respirare.
giochi mentali
La
seduzione affiora
sorridendo sul mio cammino
prepara la mia rovina.
Dentro di me un bambino
e, a volte, delle nere cose tortuose
da cui parole fatue, rose dal rimorso
subdole si diramano.
Fuochi sopra i monti dell’ES
e danze ossesse dell’IO.
E’ il nostro ragionare
d’angeli malati
con maschera da idiota.
spleen
Arcuate,
impalpabili
scanalature dorate
brillano davanti a me.
Mille improbabili veli
sopra il cuore
con l’approvazione
degli issopi e dei girasoli.
Seduto con le mani sul petto
col volto soffocato
dall’aspro bisogno
ogni tanto mi volto
e triste curo
i miei ipogastrici sogni.
riflessi
Dove
cade l’ombra
silente e peregrina
il tempo ritorna
con voce atona
che sa di neve
e crea bianchi riverberi
ed incastri nelle fessure
tra le rocce.
Oltre me stesso
Percorrevamo campi di periferia
poco accoglienti in gruppi affamati
ed ecco di nuovo una strada
a noi ignota.
Come atomi nel vento
ci mescolavamo, ci disperdevamo
e la silente notte ancora c’avvolse.
Scommessa di un mattino.
Oh incontaminati rami di pesco!
Oh castagni consolatori!
Attendo il vostro ultimo
autunnale abbraccio.
Silenzioso e solo
non temo i monti sospesi
adagiati in bianchi lenzuoli.
Con un rapido furtivo sguardo
sulle mie lunghe mani
lascio a un altro universo
la mia vita sfiorita
e come pietra sotto il sole
consacro il mio cuore d’assenzio
alla ruota del tempo.

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