OLTRE
LA VITA
(Poesie)

di Andrea Esposito
(Ariano Irpino-AV)

Procuratore dei Micenei


“… Puntuali tornano le riflessioni della sera nel raccoglimento nostalgico dei ricordi, ora assidui compagni del tramonto, che porta bagliori di giorni lontani.
L’udito percepisce rumori di strade affollate, di bimbi irrequieti, ma l’occhio abbraccia solitudine e vuoto sui muri delle antiche case. Rintocchi di campane segnano le ore e rammentano il tempo che sarà, proprio come la neve che copre ciò che è stato per altri domani.
Così, ogni lirica diventa un simbolo. Il fuoco, la Pasqua, i freddi marmi delle desolate dimore, lo sguardo toccante di un uomo ormai solo, le foglie caduche, un amico, la giovinezza, sono i motivi sentimentali per dare uno sguardo al domani, fin dove il destino lo consente.
Sobria e pacata, la silloge si snoda in un sereno rivivere che diventa importante proprio perché c’è stato, sufficiente per andare ancora…oltre!”

                                                                   N.H.P.S. Cav. Michele Alemanno
                                                  Presidente e Rettore Accademia dei Micenei

rione “la strada”

Era la “Strada” per eccellenza
in tutto il paese,
un rione ricco di gente,
di donne ciarliere,
di bimbi rumorosi
che tra un gioco e l’altro
facean carosello
tra le vecchie case.
A sera, dinanzi agli usci
si raccoglieva il vicinato
a chiacchierare
mentre il sole già scompariva
dalle vie del borgo.
Gente viva, chiasso di bimbi,
vita aperta a reciproco sostegno
dei fatti e dei mali quotidiani.
Ora più nulla…
solo case antiche
che il sisma ha diroccate
lasciando tronconi
di muri scalcinati.
Silenzio ovunque
anche nel pieno giorno…
Non più nidiate di bambini
a giocare instancabili
nella stretta via
del rione antico,
né più donne sempre in crocchio
a confabulare.
Così è morto un rione
che fu allegro e vivo,
che ha visto i vecchi morire
e i giovani migrare,
che più non sente il gridar
chiassoso dei bambini
e sonnolento dorme
nello squallore delle antiche case.

 

campane

Con i rintocchi
grevi e solenni
la voce mi sveglia
di una campana.
Sembra preghiera…
forse è un appello,
un blando invito
rivolto a ciascuno.
O a me solo?
“Svegliati, è l’ora!
Domani un altro
sarà al tuo posto
sul banco della vita.
Prepárati è l’ora”.
Don, don, don,
sonoro insiste
il sacro bronzo
e dà la sveglia
a chi sopìto
indugia ancora
del tutto ignaro
del proprio domani.

 

scende la neve…

Come stuolo festoso
di bimbi accorrenti
scendon danzanti dal cielo incupito
i fiocchi di neve.
Un greve silenzio avvolge
paesi e campagne;
nessun passante per le strade deserte.
Leggera si posa la neve
sui tetti, su prati e giardini,
sui boschi assopiti
tutto ammantando
col suo bianco tappeto.
Par che la natura si sdrai
sonnolenta come bestia accucciata
sotto le bianche farfalle
che trepidano ondeggianti
per raggiungere il suolo.
Ed anche sull’anima,
nel silenzio ovattato,
si stende un torpore
che smorza ogni affanno,
quasi in attesa di eventi
che verranno a destarla
per nuovi cimenti.

 

il fuoco

Ti vedo, o fuoco,
scoppiettar giocondo
nel caminetto
e alla tua fiamma
mi si allarga il cuore.
Quale spettacolo di festa,
di prorompente vita
dal fervor della fiamma
si sprigiona!
Ed io ti guardo assorto,
stupito del portento
della materia che si rinnova
diventando energia,
luce, calore, fonte di vita…
Al tuo fervore
si esalta la mia mente
per quell’arcano
che in te racchiudi,
perché in te io vedo, o fuoco,
l’immagine di Dio
che dal roveto ardente
si rivelò a Mosé
sul Sinai misterioso.

 

ritorna la pasqua…

Campane a festa nel cuor della notte
del Sabato Santo annunziano all’uomo
che Cristo è risorto.
Torna la Pasqua a schiudere i cuori
a nuove speranze di pace e di amore.
Ma se Cristo per noi ha vinto la morte,
se il suo santo messaggio
si spiega solenne
col suono festoso delle campane,
come possono i cuori restare
ancor chiusi nel proprio egoismo
né tregua concedono a vendette e rancori?
Perché Giuda ancora tradisce
l’Agnello divino?
Ancor oggi l’odio di razza e di fede
bagna la terra di Palestina
col sangue di vittime umane.
Ma senza la pace può l’uomo
trovare ragioni di vita
e di nuove speranze?
Ma sol nella pace
ha motivo di credere di esser fratello
a chi come lui anela al domani sereno.
E sol se la gloria del Cristo
risorto dopo il martirio
ispira l’anelito vivo e sincero
a vivere in pace,
solo allora davvero il Cristo
risorge nel giorno di Pasqua!

 

“ombre vane fuor che ne l’aspetto”

Vagano forse silenziosi
tra i tumuli antichi
e le novelle tombe
gli spiriti che dormono
nell’eterno sonno?
Chi li vede, chi li sente
tra lo stormire
dei severi cipressi?
Ombre son essi
senza corpi apparenti…
ma sembran attendere
nel silenzio greve!
Aspettano forse
che una mano pietosa
accenda un cero
o deponga una rosa
sui freddi marmi.
Ma se ancora un vincolo
li lega alla vita
di quanti ancora sono in cammino
per giungere anch’essi
all’eterno riposo,
può bastare un cero,
può bastare un fiore
per consolarli
nelle desolate dimore?

 

un uomo… un bimbo…

Sotto il vecchio cipresso
che svetta sul casolare
in cima al poggio
un uomo fuma silenzioso…
lo sguardo lontano!
Segue i fantasmi del suo passato,
pensa alla donna
che un crudo destino
sottrasse ai suoi cari,
al suo caro bambino…
E dorme quel bimbo
accanto al suo babbo
all’ombra amica
dell’antica pianta.
Dorme e si bea
nel silenzio dorato
della campagna
che intorno fiorisce
nel cuor dell’estate.
Il bimbo sogna e sorride:
vede forse la mamma
che l’accarezza…
Ma è solo un sogno,
perché quella mamma
ha perso la vita
nel metterlo al mondo
e non potrà mai cullare
quel suo dolce bambino
che ignaro dorme
accanto al suo babbo
che silenzioso lo veglia
sotto il vecchio cipresso.

 

come fuscelli…

Fuscelli che il vento
capriccioso disperde;
foglie caduche
che l’autunno
stacca dai rami
e manda a marcire
sul putrido suolo;
onde effimere
che senza posa incalzando
vanno a morire
su deserte spiagge;
cuori sempre sospesi
nell’ansia del poi…
Così l’umana vicenda!
Imponderabile incombe
sull’uomo un ignoto destino
che spesso ne stravolge
il cammino faticoso
fino a stornarlo
dalle méte più ambite.

 

 gli automi

Fra bottoni, manopole e pulsanti
vive l’uomo d’oggi,
fatto robot dalla sua scienza,
e venendo fuori da costumi antichi
traballa incerto
su sentieri arditi
cui non era aduso.
Ma mentre il puledro
per i campi aprichi
corre spaziando
tra contrade ignote,
il vecchio asinello
dal frastuon stordito
dei tempi nuovi,
tra i rombi dei motori
cerca la pace solitaria
che gli assicuri
un pasto tranquillo
e un comodo torpore.
Eppur gli uomini d’oggi
si son fatti schiavi
delle invenzioni
che credean intese
ad alleviar fatiche e sofferenze.
Ora i nuovi artifici
come ragnatela vanno avvolgendo
i miseri mortali
sospingendoli a fare
ogni cosa in fretta
e seppur ne riducono le fatiche,
dell’ansia fanno
un tormentoso assillo
per il timor d’esser soverchiati
da questa macchinosa civiltà d’automi.

 

Ad angelina

Or che la morte ti ha rapita
anche a noi tutti ha tolto
tante cose:
il tuo sorriso, la tua parola
e soprattutto la tua bontà.
Perciò tu troverai in Paradiso
ad accoglierti i poveri,
i diseredati, i vecchi solitari
cui giunse il calore della tua carità.
Cara Angelina,
non ti hanno perduta
solo i tuoi figli
e il trepido marito
e le tue nuore e i teneri nipoti
che ti erano tanto affezionati,
ma tanti altri ancora
che seppur lontani per sangue
ti furon tanto vicini
per il tuo amore di figlia,
di madre e di sorella
perché dispensasti tante ricchezze,
le ricchezze del tuo grande cuore.

 

georgica

Da un casolare solitario
che sembra dormire
tra i campi verdeggianti
un tenue filo di fumo si leva,
l’aria segnando
d’un nastro cilestrino.
Quanta pace all’intorno,
mentre la natura dal torpore
si desta dell’inverno
e coi festoni degli alberi fioriti
a festeggiar si appresta
la primavera!
È uno spettacolo d’incanto
in un’armonia di pace
e di serenità
lontano dal frastuono
delle città
su cui lo smog incombe
fuligginoso.
Da quel paesaggio
che sopito appare
un’armonia si leva
di concenti misteriosi
che il poeta ascolta
assorto,
come cantò commosso
Virgilio la sua campagna
mirando il Mincio
scorrere lento
nel digradante piano.

 

“il dolce licor che riconforta i cori”

Di te gli antichi Greci
fecero un dio
chiamandoti Lieo
perché scioglievi
l’uomo dagli affanni
ed il tuo culto affidarono
alle Mènadi baccanti.
E pur in ogni età
ti celebrarono i poeti
nei carmi simposiaci.
Anch’io ti conobbi giovinetto
e dal tuo fervore attratto
ti fui devoto,
ma discreto e accorto
mai cedetti alla tua indulgenza
che con inebriante fragranza
diffondevi nelle liete cene.
Pur oggi ancor mi sei amico,
ma se più lieve tu rendi
degli anni il peso,
mai dalle tue lusinghe
mi lasciai vincere
quando, diventando spire maliose,
mi portano al rimpianto
di tempi che già furono.
Fervido amico,
che dalla giovane età
discreto mi accompagni
e mi ristori,
seppure il tuo licore
appare blando rimedio
alle ansie dell’età provetta,
mai da te lasciai dominare
quell’intimo genio
che dal profondo mi anima e mi ispira.

 

il ventaglio

Come ala di farfalla
fluttuando leggero
sul viso delle dame,
tu fornivi refrigerio,
o ventaglio,
contro la calura estiva
e spesso ne preservavi
da sguardi indiscreti
le generose scollature dei seni.
Con i tuoi festoni di fiori sgargianti
o ampie vedute di riposanti marine
facevi spesso da schermo
a sorrisi maliziosi
e alle dolci parole
appena sussurrate
ad ossequiosi cavalieri e cicisbei.
Tu resti, perciò, simbolo
d’un costume
insieme ipocrita e gentile
che fa da specchio
ad un’epoca ormai tramontata
tra il secolo dei lumi
ed i languori romantici.
Ma or che lontano appare quel tempo
dal vorticoso affannar
delle nostre stagioni
forse non manca il rimpianto
per quelle dolci illusioni.

 

o giovinezza…

Ora ti rimpiango,
o giovinezza,
perché non ti ho vissuta
nei miei verdi anni
allor che il cuore
era pieno di attese!
Pensoso, purtroppo,
del domani incerto,
silenziosa ti lasciai scorrere
senza capire che ti perdevo.
Ed or ch’è tardi,
ora riprender vorrei
il cammino
con cuore giovane
e con fiducia piena.
Ma labile scorre
il fiume della vita
che sol rimpianti lascia
sulle sue sponde.
Perciò tu pure sei svanita
qual nebbia mattutina
che un paesaggio nascondea
pieno d’incanti.
O giovinezza,
prezioso bene
per sempre perduto,
di te solo mi resta
il rimpianto amaro.

 

il generale

Ancor oggi ti vedo avanzare
col tuo militaresco passo
come quando venivi in villa
per diporto, ad incontrar gli amici.
L’abitudine al comando e la divisa
ti avean fornito un costume
di vita, nell’aspetto, austero,
ma affabile e gentile
nel tratto con la gente.
Solido tu apparivi
e più degli altri robusto
e intanto il male oscuro
minava la tua esistenza,
quasi all’improvviso troncando
la tua forte fibra di uomo e di soldato.
E ora che più non c’incontreremo
come di consueto a sera,
ora tu avanzi intrepido e sicuro
nei campi dell’Eterno
con animo sereno e fiducioso
perché la tua fede negli uomini
e soprattutto in Dio
ti han dato un viatico certo
per l’eternità.
Generale Formato,
accogli questo mio addio
come estremo saluto
di chi, tanti anni or sono,
ti ebbe giovane alunno
e poi ti stimò tanto
ed ancor più ti volle bene
quando da adulto gli diventasti amico.

 

Oltre la vita

Lo so che un giorno
verrai a trovarmi
dove un freddo marmo
coprirà i miei resti mortali
e se ancor mossa da amore
per la vita che insieme
abbiam vissuta
vorrai scioglier nel pianto
il tuo dolore
io potrò solo fremere
commosso, ma nessun conforto
darti potrò dal mio muto avello.
Ma tu, per quanto ci amammo
nei lunghi anni trascorsi insieme
fin dalla giovane età,
col tuo mesto pellegrinaggio
continuerai idealmente
il nostro lungo rapporto d’amore.
E tu confórtati e tu confortami
perché nell’amore casto
e fedele che ci congiunse
per tanti decenni,
sempre uniti ci sentiremo
anche oltre la vita.

 

ninfa gentile

Nel fluir degli anni
sei diventata fervida
ispiratrice del mio cuore,
nuovi slanci ridando
al mio sentire.
Sei tu la ninfa gentile
che mi sorrise maliosa
tra i veli della vita
che diventava greve
nel procedere stanco.
Ma tu a me venisti fascinosa
e con fervori nuovi
e variegata tavolozza
vivida luce desti
all’arcobaleno dei sentimenti
che parean sopiti.
Ed oggi ancor a me vicina,
divina Poesia,
in una novella giovinezza
verso orizzonti nuovi
mi sospingi
che brillano radiosi.

 

la plainte d’un vagabond

Je n’ai pas d’argent,
pas de pain,
nul ami, nulle femme
qui m’aime.
Tout le monde me dèteste,
je suis seul
dans une mer en tempête.
Aussi toi, mon Dieu,
tu es loin,
ni je sais pas
si tu m’aimes.
Mais qui m’aidera
si tu m’abandonnes?
il n’y a personne
autour de moi
et je me vois seul
au but d’une rue
dont je ne connais
aucune adresse
ni où elle me conduit
avec ma paresse.
C’est pourquoi je t’emplore,
ma soeur la Morte,
parce que tu seule
me pourras donner confort.
Viens aussitôt:
je t’attends ansieux
dans mon desert:
je suis très malhereux!


il lamento d’un vagabondo

Non ho danaro
né ho pane,
non ho amici
né una donna che mi ami.
Ognuno mi detesta
ed io son solo
in un mare in tempesta.
Tu pure, mio Dio,
mi sei lontano
e se tu mi ami
io non lo so.
Ma chi mi aiuterà
se tu mi abbandoni?
Non c’è nessuno
intorno a me
ed io mi vedo solo
in capo ad una via
di cui non conosco
alcun recapito
né dove essa mi conduce
con la mia indolenza.
Perciò t’imploro,
sorella Morte,
perché tu sola
mi puoi dar conforto.
Vieni presto:
io ti aspetto ansioso
nel mio deserto;
io sono molto infelice!

 

pioggia…

Mi penetra nel cuore
questa insistente pioggia
che da giorni ci flagella
con paurose raffiche di vento.
E’ un’uggia senza pari
poi che il sole di primavera
ci avea ripagati d’un inverno
carico di neve!
Eppure in quest’amplesso fecondo
del cielo con la terra
si semina la vita nella natura
per cui floridi pascoli
bionde biade e copiosi frutti
daran sostento
agli esseri viventi.
Così dopo il pianto
rinasce la gioia della vita
che si rinnova
e dal lutto dell’oggi
luminoso spunta il raggio
della vita per uomini,
piante ed animali.
Ma a me porta tristezza
questa pioggia
d’un lacrimoso aprile.
E quando tornerà il sole
ad illuminarmi la mente
e riscaldare il cuore?

 

notturno

Dorme il borgo
sotto un manto di stelle
e tutt’intorno
è pace e silenzio…
Tra le basse case
s’avverte perfino
l’ansimar del greve respiro
di chi riposa
dopo le fatiche del giorno.
E mentre dalle campagne
giunge molesto
il latrare dei cani
la notte affratella
i cuori degli uomini
sopiti dalla stanchezza.
Ma già all’alba
riprenderà la corsa
verso le mete quotidiane
e tornerà il sudore
per quanti si stentano il pane.
Allora al conciliante silenzio
della notte
subentrerà il clamore
di chi va e chi viene
trascinando la sua croce
verso il proprio calvario.
Solo quando la notte spiana
le sue coltri
anche gli affanni dormono
e nel sonno profondo
navigano le menti
sui mari misteriosi
di effimeri sogni.

 

preghiera

Quanto più negli anni avanzo
sempre più piccolo mi sento
al tuo cospetto, o Dio,
perché un atomo opaco
soltanto io sono
del tuo splendore.
Ma quando come Padre t’invoco
so di appartenerti
perché fatto fratello
dal tuo divin Figliuolo.
E se lo sgomento mi assale
dell’incombente fine
conforto io trovo
nella speranza
della tua misericordia.
Perciò t’imploro, o Padre:
fa’ che di essa io sia degno!

 

RIMORSO

Ancor oggi, nell’apice degli anni,
nel cuore mi risuona
l’eco della tua voce, o madre,
e ancora mi sorregge nel cammino
la saggezza delle tue parole.
Or che son vissuto tanto
che potrei esserti fratello
nella parità degli anni,
sempre più figlio tuo mi sento
devotamente chino
dinanzi al tuo ritratto
col tuo sguardo che mi penetra
nel cuore.
Ma un rimorso talor mi stringe,
invano, chè tornar vorrei
ai giorni che già furono
per chiederti perdono, o madre,
di non averti amato
quanto meritava il tuo grande amore.

 

SE UN GIORNO...

Se un giorno tornerò bambino
cercherò il volto soave di mia madre,
una carezza e una parola buona,
cercherò una casa piena di fratelli,
cercherò i giochi rumorosi
lungo le verdi siepi d’albaspina
nel tripudio del sole a primavera.
Se un giorno tornerò bambino...
Un sogno sarà forse o una visione,
sarà un magico ritorno
all’immaginazione ingenua
con cui scoprivo il mondo
nell’ansia del futuro misterioso.
Forse solo così ti potrai lenire
vecchio mio cuore, ansioso sempre
tra rimpianti e attese,
illuso ancora di poter amare.

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OGGIFUTURO: appuntamento con il tempo.